Un piccolo uomo, magro, gracile: un gigante della vita Brasiliana degli ultimi cinquant’anni. “caro Paolo, abbiamo due minuti di tempo… sai com’è, quando ci si è candidati alla Presidenza della Repubblica…” È così che mi riceve Plinio de Arruda Sampaio. Ottant’anni e la forza di cominciare una campagna elettorale per un piccolo partito nato qualche anno fa. Indignati con la politica economica del governo Lula, molti dei fondatori del PT, o vengono espulsi per non votare secondo i dettami ufficiali, o se ne vanno spontaneamente. Nasce il PSOL, Partido do Socialismo e Liberdade. Alle prime elezioni disputate, la combattiva senatrice Heloisa Helena, fa conoscere il partito a livello nazionale. Oggi, Plinio, prova l’impossibile: sfidare la macchina del governo Lula che ha occupato tutti i gangli dello Stato, per divulgare i principi che da sempre animano la sua vita. Esperto dei problemi dello sviluppo delle campagne, propone una vera riforma agraria basata sulle necessità delle milioni di famiglie di Sem Terra, che ancora oggi, in pieno secolo XXI, si organizzano in movimenti per lottare contro i giganti dell’Agro-businnes nazionale e internazionali. Plinio è legato ai movimenti dei lavoratori senza terra da tempo immemorabile. Da quando fu obbligato all’esilio dopo il golpe del 1964 lavorò per la FAO in tutti i paesi dell’America Latina: conosce ogni zolla di terra del continente, conosce i desideri di una nazione che ha abbandonato sé stessa in favore di un modello economico cannibale.

Il piccolo uomo, mi riceve col suo viso scarno tutto occhi. I due minuti di tempo promessi diventano quindici, che assaporo come un buon vino, o meglio, come una fresca caipirinha.

Plino ascolta la proposta della nave che ritorna, come dice Dario Fo, la nave dei pazzi… Plinio sorride, mi interrompe. Racconta che l’Italia è la sua seconda patria, che ogni anno fin da giovane, trovava il tempo per passarci per lo meno qualche giorno. “L’Italia – dice – fu nel dopoguerra un esempio per il mondo e soprattutto per noi Latino americani. Vedevamo in lei un esempio di convivenza democratica, in cui il dibattito era sempre vivo e palpitante, appassionato e appasionante”. Quando nomino la Costituzione mi interrope di nuovo: “la costituzione antifascista, bellissima. È questa l’Italia che amiamo, quella che ha rappresentato, anzi, per noi latinoamericani, quella che ha realizzato la pratica democratica del confronto, del dibattito, dello scambio di idee e di ideali. Al tempo della costituente brasiliana, alcuni amici italiani ci hanno aiutato molto a capire quando e come radicalizzare, quando e come cedere…, era la loro grande esperienza democratica, l’abitudine al confronto di idee…” E non parla dell’Italia in questo modo per farmi contento. Intuisco che veramente vede, sente l’Italia con amicizia e gratitudine. “La grande cultura italiana – continua – è sempre stata un esempio per il mondo”. “Una nave di emigranti che ritornano in patria per riscattare l’Italia per gli italiani è una idea geniale!”

I due minuti, durati quindici, sono finiti. Ne registro una manciata di secondi. Mi accompagna alla porta l’amico Plinio: “Paolo, voglio vederti un’altra volta, ti faccio chiamare dalla mia segretaria… sai quando uno decide di diventare Presidente della Repubblica….” Sorride e mi stringe la mano con un abbraccio da uomo gracile, fragile, magro: da gigante.